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Puccini - Sceneggiato tv 1973

MessaggioInviato: 28/03/2011, 16:04
da Tuttiallopera
Puccini, lo sceneggiato tv 1973, in replica su Raistoria - ore 13 oppure 1 - a partire da martedì 29 marzo per 5 puntate.

http://www.rewind.rai.it/scheda.asp?serie=191

http://www.loschermo.it/articoli/view/9449
Puccini di Sandro Bolchi ripercorre con precisione e intensità i tratti salienti della biografia del Maestro, alternando in modo armonico le vicende della vita privata ai grandi successi delle opere: un piccolo grande capolavoro della televisione italiana, irripetibile e, visti i tempi che corrono, impossibile da emulare. Questo romanzo sceneggiato (la definizione originale e più corretta di tale genere), è uno degli altri grandi titoli ormai dimenticati dal palinsesto Rai, tra cui ricordiamo I promessi sposi (1967), I Miserabili (1964), Una Tragedia Americana (1962), Le inchieste del commissario Maigret (1964-1972), giusto per citarne alcuni.

La sigla iniziale contribuisce fin da subito a creare l’atmosfera: immagini del lago di Massaciuccoli, piccole case di pescatori, barchini e giunchi mossi dal vento, accompagnate dalla struggente delicatezza del Coro Muto di Madama Butterfly.
Siamo a Milano, negli anni dei traballanti successi di Le Villi ed Edgar: il compositore viene introdotto dai volti e dalle parole di altri, ancor prima che dalla figura di Alberto Lionello. Nella sequenza iniziale, fatta di lunghi primi piani e accurati dialoghi, troviamo un formidabile Tino Carraro nei panni di Giulio Ricordi, onnipresente angelo custode determinato a sostenere l’attività del giovane e promettente musicista di fronte allo scettico consiglio di amministrazione della casa editrice. A questo si alterna il colorito siparietto dello sfortunato Alfredo Catalani, intento a sottolineare di fronte agli amici il carattere spocchioso e la mancanza di talento del conterraneo rivale; si passa poi all’energica e appassionata Elvira Bonturi (Ilaria Occhini), compagna di una vita, attraverso la quale subito emerge l’irrequietezza sentimentale di Giacomo.

Da questi presupposti si sviluppano le vicende narrate, fatte di complessi e tormentati rapporti umani, non raramente portati all’esasperazione, e di un percorso creativo sospeso tra l’euforia dei grandi successi e lo scoramento per la mancanza d’ispirazione, dell’idea giusta, di quella cosa che renda l’opera musicalmente e teatralmente perfetta. Il tutto vissuto sul filo di un’inquietudine insanabile e crescente con lo scorrere inesorabile degli anni.

Ecco quindi la determinante, a tratti incondizionata, fiducia imprenditoriale e paterna di Giulio Ricordi, ripagata con una stramba commistione di gratitudine e indolenza; segue invece il rapporto burrascoso con Tito (Luciano Alberici), successore nella direzione della casa editrice, percorso da una sottile rivalità e diffidenza reciproca. Spassosi i quadretti con i librettisti Giuseppe Giacosa (Mario Maranzana) e Luigi Illica (Vincenzo De Toma), misurato e composto il primo, impaziente e impulsivo il secondo: una coppia comica, spalla ai seri, e al contempo divertenti, tormenti creativi di un Puccini apparentemente impossibile da accontentare nelle sue fumose e impetuose richieste.

In tutto questo, la dinamica, la più importante, della relazione con la moglie Elvira, croce e delizia, costante guida e punto di riferimento, amata con debordante passione, tradita con altrettanta leggerezza e a volte perfino temuta; la bella Ilaria Occhini rende i tratti di una donna gelosa e sanguigna, di cui Floria Tosca sembra quasi essere una proiezione, ineluttabilmente votata alla violenza di un grande amore che dà vita e corrode allo stesso tempo. Questo esasperato sentimento sarà causa della tragica vicenda legata alla cameriera Doria Manfredi (la cantante Nada, giovanissima al tempo), su cui il regista Paolo Benvenuti ha recentemente fatto luce, nonché costante motivo di riflessione per Sybil Seligman (Ingrid Thulin), intima amica di Puccini e quasi espressione della sua coscienza.

In pressoché totale aderenza alla biografia del Maestro, le psicologie dei personaggi (sia protagonisti sia comprimari) risultano ben delineate attraverso l’attenta sceneggiatura di Dante Guardamagna; la recitazione appare calibrata e puntuale in ogni aspetto, rispondente a un unitario progetto poetico in cui nulla è lasciato al caso. Come se le lezioni di questi e altri grandi fossero cadute nell'oblio, siamo ben lontani dalle spesso deprimenti fiction attuali, dove chiunque può improvvisarsi attore in assenza di una coerente linea registica.

Uniche e preziose le scene delle rappresentazioni teatrali, che maggiormente hanno subito i tagli in fase di adattamento televisivo; come in un corale omaggio, vengono convocate alcune fra le ultime grandi voci che la storia della lirica può vantare, senza speranza che il presente possa reggere il confronto. Il possente Placido Domingo è il cavaliere Des Grieux in Manon Lescaut, primo successo indiscusso del Maestro, Katia Ricciarelli diviene la delicata Mimì in La Bohème, la bella Anna Moffo fa rivivere lo strazio di Madama Butterfly; l’apoteosi si raggiunge però con Tosca, di fronte all’irripetibile vigore canoro e interpretativo di Mario Del Monaco (Cavaradossi) e alla potenza baritonale di Tito Gobbi (Scarpia). Dopo aver vinto un primo momento di commozione di fronte a tali autorevoli saggi di maestria, davvero è inevitabile interrogarsi circa i tristi tempi che la lirica (e non solo) sta vivendo, soprattutto per quanto riguarda la reale presenza ed educazione di nuovi talenti.

Dopo una cruda e realistica incursione nell’atroce malattia che lo conduce alla morte, lo sceneggiato si conclude con le lapidarie parole del direttore d’orchestra Arturo Toscanini (Giancarlo Dettori), che interrompe la rappresentazione della prima di Turandot (25 aprile 1926, Teatro Alla Scala di Milano) alla la morte di Liù, ultima scena musicata. Segue un ingombrante silenzio, durante il quale scorrono i titoli di coda.

Strepitoso Alberto Lionello: se lieve è la somiglianza nei tratti somatici, in certi momenti accentuati grazie a un sapiente uso di trucco e fotografia, impressionante è la resa della psicologia del Maestro, in assoluta sintonia con ciò che di lui è dato sapere tramite le fonti a disposizione, innumerevoli e tuttora in fase di aggiornamento. Schiettezza tutta toscana nei modi, ironia, voglia di divertirsi e godersi la vita purché lontano dalla mondanità, urgenza creativa, passione e inconfessata deferenza verso la figura femminile: il tutto sorprendentemente condito con una perenne, sottile irrequietezza che lo accompagna in ogni gesto e si trasforma in commossa malinconia nel corso del pietoso avanzare della vecchiaia. Questo è Puccini, fragile uomo prima ancora che musicista, divino nel suo essere così incredibilmente terreno.