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Recensioni dal Web

MessaggioInviato: 22/08/2011, 18:03
da Tuttiallopera
Il web è abbastanza fiorente di blogs o forum in cui trovare recensioni e commenti, sia da parte di "addetti ai lavori/esperti" sia di spettatori appassionati o assidui frequentatori di palchi e platee.
Segnaliamo solo alcuni blogs e/o forum, indipendentemente dalle preferenze di stile o di approccio in merito al modo seguito per recensire (alcuni sembrano delle vere e proprie "palestre di scarico frustrazioni" o "spalti accaldati dal tifo per questo o quell'interprete e quindi impegnati in affannosi dispregi del lavoro altrui" chiunque siano questi altrui).

Noi proponiamo questi, in ordine sparso di apparizione,consultazione:

GB Opera
Di Tanti Pulpiti - blog
Liricamente
OperaClick
Corriere della Grisi
Teatro.org
Tattler - Recensioni USA

Re: Recensioni dal Web

MessaggioInviato: 22/08/2011, 20:24
da Tuttiallopera
Esempio di Recensione Web nelle mie "corde":
è evidente che chi la scrive si pone serenamente nei confronti di ciò che vuol commentare. Non è un vomito...è un ironica, calda e partecipata descrizione.
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Da "Di Tanti Pulpiti"
Recensione semiseria del Lohengrin dal Festival di Bayreuth 2011: dal nostro corrispondente roditore.


Non c’è molto da dire sull’odierna recita del Lohengrin, perciò mi limito a un paio d’impressioni, anche se come sempre risulterò prolisso. Del resto, i wagneriani non possono brillare per sintesi (strasmile).
La regia, prima di tutto, perché è quella che sta facendo discutere dall’anno scorso.
La mia opinione è che al di là che ci fossero in scena dei topi – avrebbero potuto essere api, coccodrilli, armadilli, non cambiava nulla – questo è un modo di fare teatro che è vecchio, non ha nulla né di rivoluzionario né di scandaloso: sono cose e situazioni che vediamo in scena da trent’anni, almeno. Si riducono, alla fine, a una provocazione del regista di turno.

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Una provocazione che non ha neanche il merito di far riflettere, riducendosi a una sterile rappresentazione del protagonismo, appunto, del regista, che non affranca gli spettatori da una noia mortale mista a fastidio e irritazione che derivano dalla sensazione di trovarsi di fronte a qualcosa che non ha senso né logico né drammaturgico. Addirittura grottesche le proiezioni in stile cartone animato per bambini deficienti. La marcia nuziale cantata dalle pantigane resterà per sempre nella mia memoria (smile).
Il finale, con quello che vorrebbe essere un colpo di scena, è una delle cose più brutte che abbia visto nella mia vita.
Il pubblico ha sommerso di applausi il Coro, la Lang, la Dasch e Vogt (trionfo). Ben accolti anche i protagonisti minori, consensi contenuti per Telramund e Nelsons.
Il regista non saprei, non si è visto in televisione ma tanto è stato fischiato sempre.
C’è stato pure un intermezzo comico, perché dopo una mezz’ora è saltato il collegamento e ci hanno propinato la registrazione di un concerto di Jonas Kaufmann, che ha cantato l’aria di Tamino (Dies Bildnis) dal Flauto Magico di Mozart con cipiglio da Radamés e quindi malissimo. Poi, siccome la diretta/differita non ripartiva, il bel Jonas ha continuato, per la gioia delle fan, a fare da riempitivo, e si è esibito pure nell’aria di Florestan dal Fidelio di Beethoven: l’attacco era talmente brutto che sono tornati i sorci da Bayreuth (strasmile).
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Dal lato puramente musicale, le mie sensazioni non sono poi così diverse dalla volta scorsa, anche se la povera Annette Dasch è riuscita a fare peggio, stonando spesso e altrettanto spesso gridando perché non ha il peso vocale per la parte. Nel duetto con Ortrud l’effetto sirena era evidente, tanto la voce ballava. Certo, poi ha imbroccato qualche acuto, che era però quasi sempre fisso.
In questa recita Telramund è stato interpretato da Jukka Rasilainen e non voglio dire che abbia fatto rimpiangere Tomas Tomasson, ma ci è mancato poco e tanto basti.
Petra Lang ha cantato la sua solita Ortrud con la bava alla bocca, solo che questa volta si poteva pure vedere, e per il risultato finale non è stato un gran giovamento. Certo, vocalmente è ben dotata, almeno come volume.
Nel duetto che apre il secondo atto – impossibile non pensare a Weber, tra l’altro – tra i due era una gara a chi canta in modo più truculento facendo smorfie. Interpretazione? Mah…
Bravi Samuel Youn e George Zeppenfeld, che meritano la citazione.
Per quanto riguarda Klaus Florian Vogt (Lohengrin) e il direttore Nelsons vi rimando alla prima sintetica recensione, aggiungendo solo che oggi il tenore è arrivato alla fine davvero stremato.
Straordinario il Coro, e meno male che lo scrivo da sempre, perché altrimenti potrei essere accusato di piaggeria.

Lascio ora la parola al mio curioso corrispondente che ci rivelerà qualche gustoso retroscena. Mi ha contattato – per quanto possa sembrare incredibile, è proprio così – direttamente da Bayreuth. Si tratta di un artista del Coro, che per ragioni evidenti d’opportunità non si vuole appalesare col suo vero nome.
Lo ringrazio di cuore!

AUF DEM GRÜNEN HÜGEL

LOHENGRIN PUBLIC VIEWING 2011

Un cordiale hallo a tutti i lettori di questo Blog (e un grazie al Blogger per l´ospitalità!).
Mi chiamo P.I.S.F ( acronimo “taaaanto” di moda in Italia=Persona Informata Sui Fatti), e in quanto P.I.S.F. mi fa piacere fornirvi alcune informazioni sulla diretta TV del 14 p.v. . Spero siano gradite!

Eccomi qui, ripreso in un’espressione particolarmente intensa.
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1)INSZENIERUNGSBEZOGEN (o meglio, per dirla alla E.Montesano:..”che vor dì”): la migliore spiegazione dell’idea base di questo allestimento, è stata data qualche mese fa da Maurizio Crozza in una delle puntate di “Italialand”. Mi è sorto il dubbio che Crozza sia in contatto con Neuenfels o che abbia assistito ad una delle recite dello scorso anno…Chi volesse erudirsi in merito, dunque, vada a rivedersi in Internet le puntate di Italialand.

2)KONZEPTION (traduzione: piu’ o meno come sopra): è stata esposta a tutti prima dell’inizio delle prove dello scorso anno. E’ stato, inoltre fornito a ciascuno, materiale cartaceo della suddetta “K.”(per i duri di conprendonio…)
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3)KOSTÜMEANPROBE (prova costumi): i „Rattenkostüme“ sono stati provati durante il Festspielzeit del 2009, per testarne l´agevolezza nei movimenti e, soprattutto, i limiti massimi di sopravvivenza di chi li avrebbe dovuti indossare!

4)DIE PROBEN (le prove): le prove di scena hanno visto impegnate le masse artistiche e tecniche anche otto ore al giorno per circa un mese. Lo stress è stato compensato dal divertimento!

5)DER REGISSEUR (il Regista): Hans Neuenfels è uomo di cultura straordinaria e grande competenza in quanto a movimento delle masse. Dotato inoltre di acume, sensibilità, ironia, spirito trasgressivo, ha coinvolto tutti positivamente con le sue battute sagaci e divertenti declamate con voce chiara e limpida (Louis Armstrong al suo confronto aveva la voce bianca). Le prove con lui sono state un vero spasso!!!
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6)DER DIRIGENT (il direttore d’orchestra): Andris Nelsons ha “duettato” amabilmente-in quanto a simpatia- con Neuenfels, intervenendo spesso con il suo tedesco a volte incomprensibile. Ha preso parte a tuttele prove di scena senza mai delegare alcuno.

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7)DIE SÄNGER (i cantanti): anch’essi hanno preso parte a tutte le prove cantando SEMPRE in voce. Eccezion fatta, lo scorso anno, di Jonas Kaufmann, che è giunto con notevole ritardo alle prove, comportandosi da “prima donna”, o, meglio, da…tenore.
Ben diverso è stato il discorso con Klaus Florian Vogt quest’anno: è stato presente a tutte le prove, durante le quali ha cantato SEMPRE in voce e non si è mai risparmiato. Kaufmann ha cantato Lohengrin. Vogt è Lohengrin!
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8)DER FESTSPIELCHOR (Il Coro del Festspiele): composto da 134 elementi provenienti da tutto il mondo, ha dato prova di grandissima professionalità e affiatamento coadiuvato dalla costante supervisione del Chorleiter E.Friedrich, che ha spesso concordato ”serenamente” con Neuenfels modifiche nei movimenti richiesti dalla regia che potevano compromettere il risultato musicale. E MENO MALE! Inutile dire che tutti hanno cantato sempre in voce ad ogni prova, comprese quelle di sala che si effettuano per tradizione durante l’ora di pausa fra un atto e l’altro delle recite.

9)DAS FESTSPIELORCHESTER (l’Orchestra): è riuscita a dare il meglio di sé nonostante Nelsons, sia lo scorso anno che durante il Festspiele in corso. Meriterebbe un premio, invece il premio l’hanno dato a Nelsons come miglior Direttore dell’anno!

10)Durante recite e prove sono rimasti sul palcoscenico spezzoni di coda di topo, unghie di topo, etc. Tutti sono stati gelosamente conservati in cassette con su scritto “SCHWÄNZE” o “NÄGEL”. Come abili chirurghi, gli attrezzisti e/o i truccatori, cercano di riattaccare ciò che è andato kaputt.
A tutti loro (attrezzisti, tecnici, elettricisti, truccatori, sarte, guardarobiere, direttori musicali e di scena), si deve essere grati per il paziente, costante e fondamentale lavoro dietro le quinte. Senza le masse “silenziose”, quelle artistiche farebbero ben poco in un’opera lirica. Sono tutti giovanissimi e giovani (l’età di Amfortas-blogger, per intendersi…), e tutti, mentre lavorano, canticchiano a fior di labbra l’opera.
La diretta TV andrà anche su Maxischermo in una delle Piazze di Bayreuth.
Il bollettino meteo prevede sole e 27 gr. Neuenfels ha giurato di non essere fanatico di Ratatouille o di Bianca & Bernie. Durante il Brautchor, vedrete il Ratte nr.24 fare “ciao-ciao”: quel saluto è per voi tutti!

Re: Recensioni dal Web

MessaggioInviato: 22/08/2011, 20:25
da Tuttiallopera
Dallo stesso blog (che seguo assiduamente da un paio di mesi con vivo divertimento :D)

Il link
Recensione semiseria del Macbeth al Festival Salisburgo

Il Macbeth di Giuseppe Verdi è una delle tante opere che oggi si ritengono ineseguibili, perché si pretende che non ci siano cantanti all’altezza di spettacoli ormai passati definitivamente alla storia.
Quando l’antifona è questa, chissà come mai, il nome che compare sempre è quello di Maria Callas, che lasciò un’impronta artistica incancellabile su questa parte nel lontano 1952 alla Scala di Milano, complice anche uno straordinario Victor De Sabata sul podio.

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In realtà anche quelle recite furono accolte dal pubblico in maniera almeno controversa, perché la Callas era “troppo avanti” per le testoline vuote di alcuni loggionisti scaligeri.
Addirittura sembra che Maria Callas prenda alla lettera le parole dello stesso Verdi alla Barbieri-Nini (la prima Lady):

Io credo che ormai sia tempo d’abbandonare le formule solite e i soliti modi, e credo che se ne possa trarre un maggior partito, con Lei che ha poi tanti mezzi.

Ma non sia mai che proprio io mi metta ad annoiare come i critici parrucconi, e quindi, nominata Santa Maria, passo velocemente ad altro.
Altro che sarebbe poi il Macbeth del Festival di Salisburgo, amena cittadina austriaca nella quale Verdi non ha mai avuto vita facile, tanto che quest’opera magnifica comparve a quelle latitudini solo nel 1964 per scelta di Wolfgang Sawallisch e dopo che Herbert von Karajan (come noterete sto spendendo nomi da niente) sdoganò il compositore di Busseto da quelle parti.
Questa volta la scelta di rappresentare Macbeth al Festival si deve al maestro Riccardo Muti, e gliene siamo tutti grati.
In un primo momento era prevista anche la ripresa televisiva, ma (pare) lo stesso Muti ha messo il veto e quindi ci siamo, tutti noi piccini, accontentati della diretta radiofonica che, purtroppo, è sempre limitativa e incompleta per chi vuole esprimere un’opinione sullo spettacolo.
Tra l’altro per il Macbeth lo stesso Verdi fu particolarmente attento alle esigenze del palcoscenico, sia nella scelta (tribolata più del solito, se possibile) dei cantanti sia proprio per l’allestimento. Il coro delle streghe e la scena del sonnambulismo della Lady gli davano pensieri notevoli, tanto che addirittura interpellò Alessandro Sanquirico, un notissimo scenografo del tempo.
Sempre dalla corrispondenza con la Barbieri-Nini:

soprattutto la scena del Sonnambulismo che come posizione drammatica è una delle più alte creazioni teatrali; badi bene che ogni parola ha un significato, e che bisogna assolutamente esprimerlo e col canto e coll’azione. Tutto va detto sottovoce e in modo da incutere terrore e pietà.
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......
si legga il resto direttamente in quel blog.

Ciò è in sintonia con quanto sono andata "blaterando" a proposito dell'incontro tra Shakespeare e Verdi, come una delle basi della sua NEO-VISIONE melodrammatica dell'Opera, come luogo in cui gli interpreti usano la voce corredandola con tutti gli strumenti espressivi di un buon attore.
Senza Shakespeare e il teatro tragico "alto", Verdi non so se avrebbe scritto musica d'opera come fece...ma ci tornerò, lo so che ci tornerò. Del resto, il soprano Drammatico per me era in embrione in Nabucco..ma esplode in Macbeth e SimonBoccanegra per quanto riguarda il primo Verdi.... Il soprano drammatico del tardo Verdi ..ossia Leonora di Forza Destino o Amelia di BalloMaschera e Aida....avranno altre caratteristiche interpretativo-tecniche da soddisfare.

Re: Recensioni dal Web

MessaggioInviato: 10/12/2011, 11:53
da Tuttiallopera
Salerno, Teatro Verdi:”Norma”

Link
dicembre 9, 2011
Marco Stacca
Salerno, Teatro Verdi, Stagione Lirica 2011
“NORMA”
Tragedia Lirica in due atti su libretto di Felice Romani, dalla tragedia L’infanticide di Alexandre Soumet
Musica di Vincenzo Bellini
Oroveso CARLO STRIULI
Norma LUCRECIA GARCIA
Pollione ROBERTO ARONICA
Adalgisa SONIA GANASSI
Flavio ENZO PERONI
Clotilde FRANCESCA FRANCI
Coro e Orchestra del Teatro Municipale “Giuseppe Verdi” di Salerno
Direttore Daniel Oren
Maestro del Coro Luigi Petroziello
Regia Francesco Torrigiani
Scene e costumi Tommaso Lagattola
Luci Alessandro Carletti
Nuovo allestimento in coproduzione con il Teatro Petruzzelli di Bari
Salerno, 30 novembre
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Il destino di Norma è ingrato: spesso diventa uno spettacolo polverosamente incanalato in una tradizione fatta di alberelli e graziosi ruderi o brandelli di statue, immagine di una romanità e di un ordine morale decadenti; altrettanto spesso è titolo che lascia mano libera alla fantasia di registi che sperimentano, in spazi astratti, regie concettualmente ingarbugliate. Francesco Torrigiani (regia) e Tommaso Lagattolla percorrono una terza via, nuova ed elegante ad un tempo. Le vicende della sacerdotessa druidica sono ambientate in uno spazio claustrofobico degno della migliore Cio-Cio san: l’idea di partenza è quella di portare in scena un nucleo sociale ed umano chiuso e poco aperto verso l’esterno. Lo scenografo si rifà così alle opere di Edoardo Landi e Jannis Koounellis e crea una struttura lignea in forte pendenza verso il boccascena, raffreddata e riscaldata dalle splendide luci di Alessandro Carletti e Alessandro Santarelli, con sette porte verso il mondo esterno (cinque sullo sfondo e due in corrispondenza delle quinte). In questo spazio angusto e ancestrale, ulteriormente compresso in alcuni punti salienti del dramma da pareti e specchi che calano dall’alto, agiscono i personaggi altrettanto compressi dal proprio destino. Nel finale arriva il coup de théâtre: al grido di Norma «Padre, addio!», si apre una botola, la scena si tinge di rosso e mentre sulla scena cala il buio la Sacerdotessa va’ verso la morte, verso le viscere della terra. In questa cornice la regia si muove lontano dalla tradizione: Norma è una sacerdotessa-guerriera, con una gestualità severa e definitiva, molto vicina a quella dello Zaccaria areniano inscenato da De Ana dieci anni or sono, le masse sono governate con attenzione e curate nei movimenti ispirati ad solenne ritualità, i rapporti fra azioni e reazioni sono credibili, orientati al dramma nella sua dimensione pubblica e interiore. Elegantissimi i costumi dello stesso Lagattolla, con una gamma cromatica che spazia dal celeste al porpora, dalle tonalità chiare a quelle scure. Coprodotto con il Teatro Petruzzelli di Bari, lo spettacolo è quindi di qualità, un bel prodotto del nostro sud spesso ingiustamente attaccato e bistrattato. Auguriamo allora a questa produzione di unire l’Italia, di farsi conoscere al centro e al Nord.
La bacchetta di Daniel Oren è teatralmente efficacissima. In un dialogo serrato quanto “rumoristico” con orchestra e con i cantanti, che accompagna e segue con paterna attenzione, il direttore israeliano riporta il capolavoro belliniano alla logica di una drammaticità viva ed espressiva, sbalzando le dinamiche (vedi i ripetuti “pianissimo” fin dalle prime battute), i rapporti fra le sezioni, gli accesi contrasti ritmici (ed è serratissimo e severo quello del coro «guerra, strage, sterminio») e quelli cromatici. Un percorso in cui l’orchestra del Verdi segue la sua guida con filiale fedeltà ma da cui è però spesso esclusa l’attenzione al “rubato” e in cui il discorso musicale, ricondotto alla sola logica del rigore, rischia di diventare eccessivamente quadrato.
Lucrecia Garcia (Norma in extremis al posto di Dimitra Theodossiou) si scalda in itinere e dopo un inizio sottotono (e di questo ne risente anche «Casta Diva») si lascia apprezzare per l’ampiezza di un organo che ha belle risonanze e valida fluidità nel canto virtuoso. Inoltre, in molti momenti, la soprano venezuelana domina la potenza dello strumento in ragione dell’espressività musicale e regala dinamiche di teatrale effetto, specie nei diminuendo («Padre, tu piangi?»). A non convincere è però la compartecipazione emotiva al ruolo, che nonostante il grande impegno profuso è alquanto sommaria, vuoi anche per la provenienza della cantante. Sebbene Oren si sbracci e si agiti nel corso di tutta la rappresentazione per invitarla ad un canto che guardi alla parola, la Garcia lascia cadere molte occasioni per dare un giusto peso drammatico alla linea melodica.
A farle da contraltare, Sonia Ganassi, (che ha rinunciato alla Semiramide sancarliana per motivi di salute, ndr): Adalgisa ideale, in prima istanza sul piano interpretativo e della partecipazione dell’interprete al dramma interiore del personaggio. La cantante è poi superlativa: sebbene rimangano la sensazione di una voce innaturale (ossia “costruita”) e alcune perplessità su una tecnica di respirazione invero piuttosto rumorosa, la linea è morbida e calda, gestita sempre con grande eleganza in ragione della parola e di una preziosa e avvolgente cantabilità. La Ganassi sguazza così nelle sezioni più liriche della parte, che non la impegna molto nel canto fiorito, dispensando messe di voce straordinarie (e segnaliamo con piacere quelle su «Deh proteggimi, o Dio» e «Io l’obliai», nel duetto con Pollione) e pianissimo di prezioso velluto.
Nel dialogo fra le due donne, il “duettone” del I atto non solo si erge un punto di grande interesse esecutivo ma è anche il punto migliore della rappresentazione: un gioco di palpiti e spasimi dove le cantanti raggiungono una preziosa sintonia nelle sezioni vocalizzate e cadenzali, un gioco di sguardi e respiri nel quale la bacchetta di Oren sceglie giustamente di non intromettersi.
Rimaniamo stupiti dai miglioramenti di Roberto Aronica, che riascoltiamo in teatro dopo diverso tempo. La voce si è fatta più robusta, specie nel registro centrale, il timbro si è inscurito e con lui la tavolozza cromatica. In sintesi, siamo di fronte ad un bel bari-tenore e ad un cantante scenicamente signorile ed elegante. Aronica dovrebbe però ancora lavorare sulla varietà dinamica (la linea è perennemente in mezzo-forte), sul pianissimo, sull’espressività da riscoprire quale chiave utile ad evitare affaticamenti inutili dell’organo, in modo da concentrare il pieno dell’energia sui passi di spinta, dove a volte arriva invece affaticato. L’Oroveso di Carlo Striuli è tonante e autorevole, la Clotilde di Fracesca Franci è lussuosa, mentre Enzo Peroni è Flavio assai valido. Il coro del Teatro dell’Opera di Salerno è una vera e propria macchina da guerra di cui Luigi Petrozziello eccellente stratega. La platea del Verdi si scalda e si infiamma, applaude con partecipazione e coinvolgimento.