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Info e AudioVideoPlaylist per Don Pasquale - Donizetti

da Tuttiallopera » 10/01/2011, 19:54

La Trama breve

da Qui
Don Pasquale
di Gaetano Donizetti (1797-1848)

libretto di Giovanni Ruffini

Dramma buffo in tre atti
Prima:
Parigi, Théâtre Italien, 3 gennaio 1843

Personaggi:
Norina, giovane vedova (S); Don Pasquale, vecchio celibatario (B); Ernesto, suo nipote, amante corrisposto di Norina (T); il dottor Malatesta, amico di Don Pasquale e amicissimo di Ernesto (Bar); servi


Tra il 1822 e il 1837 Gaetano Donizetti aveva composto molte opere per i teatri napoletani e, in particolare, nel 1835 e nel ’37 aveva riscosso grandi successi al San Carlo con Lucia di Lammermoor e Roberto Devereux . Morto nel 1837 Nicola Zingarelli, Donizetti aspirava a succedergli nella carica di Direttore del Real Collegio di Musica; gli fu invece preferito Saverio Mercadante, e nel ’38 Donizetti lasciò Napoli. Il silenzio di Rossini e la prematura scomparsa di Bellini avevano fatto di lui l’operista italiano più ricercato, e tra il 1840 e il ’43 si susseguirono, con altre opere di minor successo, La Fille du régiment , Les Martyrs , la Favorita e Don Pasquale , composto in undici giorni e rappresentato al Théâtre Italien di Parigi il 3 gennaio 1843.

La trama si rifaceva a un libretto di Angelo Anelli, musicato da Stefano Pavesi nel 1810 come Ser Marcantonio . Il librettista del Don Pasquale fu invece Giovanni Ruffini. Esule a Parigi perché mazziniano, Ruffini avrebbe poi scritto due romanzi di successo, Lorenzo Bernoni e Il dottor Antonio . Ma proprio perché letterato di alto lignaggio si rifiutò di far figurare il proprio nome nel libretto, sul frontespizio del quale appare l’indicazione ‘Dramma buffo in tre atti di M. A.’. Le sigle M. A. rispondono al nome e al cognome di Michele Accursi, un altro esule mazziniano amico sia di Donizetti sia di Ruffini. Come che sia, il libretto del Don Pasquale può non essere un saggio di alta letteratura, ma ritmo serrato e teatralità lo rendono, operisticamente parlando, eccellente.

Atto primo .
Don Pasquale è un anziano e ricco possidente il cui erede sarebbe il nipote Ernesto - se sposasse una donna scelta dallo zio. Ma Ernesto ama Norina, giovane vedova molto graziosa e vivace, ma per nulla ricca. Si rifiuta quindi di obbedire allo zio, il quale decide di diseredarlo, prendendo moglie egli stesso. Il dottor Malatesta, amico di Don Pasquale, ma ancor più di Ernesto e di Norina, ordisce un piano per aiutare i due giovani. Propone a Don Pasquale, come moglie, la propria sorella Sofronia, magnificandone le doti. Don Pasquale aderisce con gioia e, per cominciare, scaccia di casa Ernesto. Malatesta erudisce intanto Norina. Sarà lei a impersonare Sofronia e a sposare Don Pasquale con una finta cerimonia di nozze, riducendolo poi alla disperazione.

Atto secondo .
Ernesto, ignaro del piano di Malatesta e disperato, è deciso a cercare rifugio in terre lontane. Giungono poi Malatesta e Sofronia/Norina, di cui Don Pasquale subito s’invaghisce e, firmando un contratto di nozze stipulato da un falso notaio, le dona la metà dei propri averi. Ma Sofronia, fino allora timidissima e docile, come da accordi con Malatesta muta immediatamente contegno, diviene arrogante e civetta e dà inizio a spese che terrorizzano Don Pasquale.

Atto terzo .
Sofronia/Norina accentua le proprie bizze: arriva a schiaffeggiare Don Pasquale e a fargli credere d’avere un amante. Esasperato, Don Pasquale chiede aiuto a Malatesta, il quale mette al corrente Ernesto di ciò che ha ordito. Ernesto, senza farsi riconoscere dallo zio, dovrà fingere d’essere l’amante di Sofronia. Nel corso di una scena notturna, che si svolge in un boschetto della villa di Don Pasquale, giunge Ernesto: canta una serenata alla finta Sofronia, poi entrambi intonano un duetto d’amore. Don Pasquale, esasperato, dichiara a Sofronia che la scaccerà consentendo a Ernesto di sposare Norina. A quel punto gli viene rivelato il complotto ordito ai suoi danni e Don Pasquale, felice di apprendere di non essere in alcun modo legato alla diabolica Sofronia, perdona tutti e acconsente alle nozze tra Ernesto e Norina.
****

Che Donizetti avesse il senso dell’umorismo è provato anche dall’epistolario, oltre che dalle opere comiche che compose. Delle quali molte sono abborracciate e gremite di luoghi comuni e banalità, ma almeno tre hanno una consistenza storica: L’elisir d’amore (1832), la Fille du régiment (1840) - purché eseguita nella versione originale francese, come oggi si usa, e non nella stolida versione italiana (curata, ahimé, dallo stesso Donizetti), che fece testo da noi fino a mezzo secolo fa. La terza opera comica donizettiana di grande spicco è appunto il Don Pasquale . Quest’opera evidenzia la capacità di Donizetti (se in stato di grazia) di cogliere con sottigliezza quello che potrebbe essere definito il ‘clima ambientale’. Don Pasquale è opera salottiera, quanto l’ Elisir d’amore è opera agreste. In altri termini si trattava di creare un’atmosfera borghese e cittadina, giacché «l’azione si svolge a Roma», come avverte il libretto.

La sinfonia, iniziata dalla languida melodia di quella che sarà, nel terzo atto, la ‘serenata’ di Ernesto, s’impernia poi sul frizzante motivo della cavatina di Norina ("So anch’io la virtù magica"), mentre il terzo tempo ha a tratti un sapore rossiniano forse troppo scoperto. Nella seconda scena del primo atto compare un’aria che non è né frizzante, né originalissima, ma improntata, sotto il tono apparentemente estatico, a una melliflua levità. È il Larghetto cantabile "Bella siccome un angelo" del dottor Malatesta. La replica di Don Pasquale, il Vivace "Ah, un foco insolito mi sento addosso" ha invece la grana un poco grossa della farsa, ma ai fini della caratterizzazione del personaggio non manca di efficacia. Arguto e soprattutto molto centrato psicologicamente è il successivo colloquio Don Pasquale-Ernesto. Qui, dal tono tronfio e pomposo con il quale Don Pasquale annuncia al nipote le proprie nozze (va sottolineato il semplice ma salace commento orchestrale) si passa in pochi tratti, con singolare scioltezza, al malinconico lirismo del cantabile di Ernesto, "Sogno soave e casto", altro esempio di rapida caratterizzazione d’un personaggio. La comparsa di Norina, nella seconda parte del primo atto, accentua il tono salottiero, ma vanta anche la rapida capacità di caratterizzazione del miglior Donizetti. Il languore un poco affettato con il quale Norina legge la storia del cavalier Riccardo, trafitto da uno sguardo fatale, ritrae un temperamento aggressivo ed estroso, e anche un poco spregiudicato e anticonformista. La giovane donna accantona presto le fantasie letterarie e prorompe nello scattante Allegretto "So anch’io la virtù magica". Quando poi Norina e Malatesta provano la scena che dovrà ammaliare Don Pasquale, subentrano notazioni parodistiche, come il sapore epicheggiante dello strumentale all’inizio dell’Allegro "Vado, corro al gran cimento".

Tipica del Don Pasquale è l’efficacia con la quale il lirismo e la malinconia si contrappongono al sorriso malizioso o anche alla schietta risata. Quando, nel preludio al secondo atto, la tromba introduce lo sconforto di Ernesto, il languore accorato della melodia cancella all’istante la scintillante gaiezza del finale del primo atto. In fondo l’aria "Cercherò lontana terra" è pleonastica, si ispira a una situazione che Norina e Malatesta sono sul punto di capovolgere. Ma era istintivo in Donizetti innamorarsi di certi momenti lirici indipendentemente dal fatto scenico (lo stesso era accaduto con la "Furtiva lacrima" dell’ Elisir d’amore , da lui introdotta nell’opera a dispetto del librettista) e ricavarne melodie struggenti. Di fatto, aver idealizzato e romanticizzato il tenore del melodramma giocoso, mediante genuine estasi o sofferenze, fu un merito esclusivamente - o almeno prevalentemente - donizettiano. Ha invece scarso valore la cabaletta di quest’aria, il Moderato "E se fia che ad altro oggetto". Il resto del secondo atto si svolge in un clima scopertamente farsesco. La materia prima è trita e ritrita: le filastrocche in linguaggio curiale e burocratico dei contratti di matrimonio e dei testamenti, le macchiette dei notai che scrivono sotto dettatura, appartengono alla metà del Settecento; e ancor più remote sono le moine delle fanciulle che corteggiano i vecchi e le escandescenze di questi quando s’avvedono d’essere stati raggirati. Nondimeno, certe esperienze rossiniane avevano ravvivato questo ciarpame, ciò che nell’ultima parte del secondo atto del Don Pasquale è abbastanza evidente. D’altronde non mancano le trovate, o almeno le finezze. Così il motivo orchestrale grazioso, ma anche lievemente pomposo e cerimoniale, che accompagna la stipulazione del matrimonio ("Fra da una parte eccetera"); così l’ingresso dell’infuriato Ernesto ("Pria di partir, signore"), al cui veemente linguaggio nemmeno Donizetti crede ormai più, tanto che lo postilla con frizzi strumentali. Il commento orchestrale, d’altronde, è fondamentale in questa parte dell’opera. Nei passi più farseschi, infatti, tutti i personaggi si tramutano in ‘buffi’ e il loro canto diviene ‘parlante’, mentre la melodia si trasferisce all’orchestra. Questo era un procedimento tipico degli ultimi settecentisti, ma sublimato da Rossini. Si veda il momento in cui Norina, a matrimonio già celebrato, inizia l’aggressione a Don Pasquale ("Calmate quel gran fuoco"), o quando comincia a dare ordini folli al maggiordomo, coadiuvata da un commento strumentale fresco e vivace ("Di servitù novella"). Ma forse il meglio, in questa parte dell’opera, è nel quartetto "È rimasto là impietrato": l’inizio è rossiniano, ma poi subentra il Donizetti faceto, che rifà il verso anche a se stesso, parodiando (si notino certi funerei ritmi orchestrali) i suoi celebratissimi concertati d’opera seria, non escluso il famoso sestetto della Lucia di Lammermoor .

Il terzo atto è forse il più leggiadro sotto il profilo lirico-melodico. Il meglio della parte iniziale è il patetico motivo dell’orchestra (Larghetto in 6/8) che segna, dopo un ultimo scontro con Norina e la scena dello schiaffo, la disfatta e il crollo di Don Pasquale. Anche il raddolcito linguaggio di Norina ("È duretta la lezione") procede sulla scia di questa pietà per la vittima d’una trama che, in quel momento, appare perfida, crudele. Poi Norina torna a investirsi della propria parte, e lo fa al ritmo d’un molle e fiorettato valzer ("Via caro sposino"). Sullo stesso ritmo procede la parte conclusiva del celebre coro dei servitori della terza scena del terzo atto, dando una sorta di cornice mondana allo scandalo che sta per scoppiare in casa di Don Pasquale. C’è un crescendo di comicità, a questo punto, identificabile con la burlesca e cospiratrice gravità di Don Pasquale, che s’illude di potersi vendicare della giovane moglie, e di Malatesta, che finge di assecondarlo. L’avvio è il Moderato "Cheti, cheti, immantinente" che, accompagnato da un frizzante strumentale, sfocia nel frenetico sillabato "Aspetta, aspetta, cara sposina". Poi Donizetti ci riporta alle espansioni liriche. Il canto di Ernesto non ha più l’accoramento dell’amore perduto e del prossimo esilio, ma l’abbandono sentimentale sia della serenata della sesta scena ("Com’è gentil") sia, in modo precipuo, del successivo duetto con Norina, il Larghetto in 6/8 "Tornami a dir che m’ami", denominato da Donizetti ‘Notturno’. Questo, assai più che il gorgheggiante rondò di Norina che enuncia - al modo consueto dell’opera buffa italiana e in un clima di generale giubilo - la morale della storia ("La moral di tutto questo"), è il vero finale dell’opera. Ed è evidente che nell’ampliamento, al di là dello sfondo farsesco, dell’area riservata alle espansioni amorose, va individuata una delle ragioni che fanno del Don Pasquale un’opera, nel suo genere, eccezionalmente variegata e compiuta.
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