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Info Opere Live dal Met

01/03/2011, 13:46

Armida - 5 Marzo dalle 18 - bbc3 radio

Music Review
Renée Fleming Returns to Rossini’s Tale of a Sorceress and Her Crusader
Ruby Washington/The New York Times
Immagine

Cast

Conductor: Riccardo Frizza
Armida: Renée Fleming
Rinaldo: Lawrence Brownlee
Goffredo: John Osborn
Gernando: Antonino Siragusa
Carlo: Barry Banks
Ubaldo: Kobie van Rensburg



Spoiler: Apri
“Armida,” with Renée Fleming in the title role and Lawrence Brownlee as her lover, in the Metropolitan Opera production of the Rossini work.
By ZACHARY WOOLFE
Published: February 20, 2011


In Rossini’s operas coloratura is character. When critics mention singer X’s trills, Y’s roulades and Z’s runs, they are not just being nitpicky. Qualities like joy and anger are expressed here entirely through those purely vocal means. The emotions are in the notes.

This is particularly true for the title character of Rossini’s “Armida,” an Arab sorceress who falls in love with a Christian crusader and is finally abandoned by him. Armida dominates the opera, encompassing seduction, happiness, despair and rage, and Rossini translates her magic powers and charisma into dazzling music.

In recordings, especially one from a 1996 performance at Carnegie Hall, the soprano Renée Fleming brought to the notoriously difficult role the bright flexibility and plush, penetrating tone of her prime, and also a thrilling riskiness. Armida lay on the outskirts of her repertory, but it was a triumph.

Now in a later stage of her career, Ms. Fleming seemingly wanted to recapture some of that earlier magic, and last year the Metropolitan Opera mounted its first production of the opera for her. Her performance then was uneven, and she fares little better in a dull, disappointing revival that opened on Friday evening.

With a voice of reduced agility, size and power, Ms. Fleming now paces herself cautiously, simplifying or dodging many of the coloratura fireworks. In the first and second acts she limits her singing in full voice, clearly saving herself for Act III, in which Rossini ingeniously relaxes the ornamentation as Armida’s powers disappear, and she is left a mere woman. Here, the line lyrical and the range congenial, Ms. Fleming is finally persuasive.

But caution isn’t what you want in an Armida, and singing the opera like a one-act misses Act I’s glittering runs and the great Act II aria “D’amore al dolce impero,” moments that establish the commanding and loving sides of this complex character. Ms. Fleming acts naturally, but in this repertory acting and singing are even more unified than elsewhere in opera. Since she doesn’t seduce or dazzle — do what Rossini has built into the music — her later humiliation and rage lose their impact, and the character loses its depth.

Mary Zimmerman’s wanly Neo-Classical production doesn’t help locate the depths of an opera about intense emotions and the possibilities and limits of illusion. Instead of passion or fantasy, Ms. Zimmerman tries cuteness: animatronic insects, demons in tutus, a winsome girl personifying love.

While adorable may suffice for the frolics in Armida’s enchanted garden, when the opera takes on more heart-wrenching dimensions, the production is stumped. Ms. Zimmerman seems more interested in winking at operatic style — with antiqued footlights, Italianized placards reading “Ballo” and “Fine,” the conceit that Armida is reading her aria from sheet music — than in believing in its complexities.

Riccardo Frizza conducted sluggishly, and while the opera features no fewer than six tenors, only Lawrence Brownlee, as Armida’s lover, Rinaldo, sang with freedom and fervor. His Act III solo was the highlight of the evening, a reminder of the infectious excitement Rossini makes possible, if only you do what he tells you.

“Armida” repeats on Wednesday, Saturday, March 1 and March 5 at the Metropolitan Opera House;

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Note in calce o aggiunte



Libretto Armida
Libretto

Testi tratti da..


Trama e Struttura Opera



Spoiler: Apri
Trama
Atto I

All'accampamento dei crociati presso Gerusalemme, giunge al cospetto del capitano Goffredo la bella Armida, nipote del re Idraote. Ella viene per chiedere aiuto ai crociati, dato che il suo regno è distrutto. Goffredo, all'inizio non vuole cedere soldati ad Armida, poi, su consiglio del fratello Eustazio, cede (Per me propizio il fato) e decide che il capitano dei soldati d'Armida sarà Rinaldo. Il crociato Gernando, alla notizia, s'infuria. Armida e Rinaldo s'incontrano, e s'innamorano (Amor, possente nome). Gernando, furibondo, insulta Rinaldo, e viene ucciso dallo stesso. Rinaldo viene condannato a morte, ma riesce a fuggire dall'accampamento.

Atto II

Un coro di diavoli, guidati da Astarotte (Alla voce d'Armida possente) apre il secondo atto, sul bellissimo palazzo della maga. Giunge Armida con Rinaldo, che è riuscita a rapire. Per sedurre il giovane fa danzare e cantare le larve dell'amore (Canzoni amorose, carole festose) e canta per lui (D'amor al dolce impero). Alla fine, Rinaldo è vinto dagli incantesimi di Armida.

Atto III

Al giardino di Armida giungono Carlo e Ubaldo, due crociati che, guidati dal mago d'Ascalona, devono riportare Rinaldo al campo dei crociati. Allontanate delle Ninfe, i due osservano arrivare Armida e Rinaldo, e il crociato viene lasciato solo. Carlo e Ubaldo lo raggiungono e lo esortano a tornare all'accampamento: Rinaldo confessa loro che è stanco di vivere tra le mollezze del palazzo della maga, e decide di lasciare Armida, pur nolente. Armida, disperata e poi infuriata, distrugge il palazzo che ha creato per Rinaldo (È ver, gode quest'alma).
....
Struttura dell'opera
* Sinfonia
Atto 1

* 1 Introduzione Lieto, ridente (Coro, Gernando)
* 2 Coro Quell'astro mattutino
* 3 Quartetto Sventurata! Or che mi resta? (Armida, Goffredo, Idraote, Eustazio, Coro)
* 4 Aria Non soffrirò l'offesa (Gernando)
* 5 Duetto Amor! Possente nome (Rinaldo, Armida)
* 6 Finale primo Se pari agli accenti (Rinaldo, Gernando, Coro, Armida, Goffredo)

Atto 2

* 7 Coro Alla voce d'Armida possente
* 8 Coro Di fiamme e ferro cinti
* 9 Duetto Dove son io? (Rinaldo, Armida)
* 10 Finale secondo D'amor al dolce impero (Armida)

Atto 3

* 11 Duetto Come l'aurette placide (Ubaldo, Gernando)
* 12 Coro Qui tutto è calma
* 13 Duetto Soavi catene (Rinaldo, Armida)
* 14 Terzetto In quale aspetto imbelle (Rinaldo, Carlo, Ubaldo)
* 15 Finale terzo Se al mio crudel tormento (Armida, Rinaldo, Carlo, Ubaldo, Coro)

Brani famosi
* Sinfonia
* Amor, possente nome, duetto tra Rinaldo e Armida
* D'amor al dolce impero, rondò di Armida
* Unitevi a gara terzetto tra Rinaldo, Ubaldo e Carlo
Note in calce o aggiunte


Armida - Rossini - Met

Re: Info Opere Live dal Met

08/03/2011, 12:03


In diretta Euroradio ore 18
su RaiRadio3 e su Radio BBC3

METROPOLITAN OPERA HOUSE
Stagione Lirica 2011
Sabato 12 Marzo 2011

BORIS GODUNOV

Dramma musicale popolare in 1 prologo e 4 atti
di Modest Musorgskij
su libretto proprio, tratto dal dramma omonimo di Puskin e dalla storia di Karamzin

Immagine

Boris Godunov René Pape
Feodor Jonathan A. Makepeace
Xenia Jennifer Zetlan
La nutrice Larisa Shevchenko
L'ostessa Olga Savova
Shuisky Oleg Balashov
L'innocente Andrei Popov
Shcelkalov Alexej Markov
Pimen Mikhail Petrenko
Il falso Dimitri (Grigory) Alex Antonenko
......
Orchestra e Coro del Metropolitan
direttore Valery Gergiev
maestro del coro Donald Palumbo
regia Stephen Wadsworth
scene Ferdinand Wögerbauer
costume Moidele Bickel
luci Duane Schuler
coreografia Apostolia Tsolaki

Testi tratti da..


biografia
trama
libretto (in lingua originale)
Testo italiano e altro - LaFenice
libretto (versione in italiano)
segui con la musica
Metropolitan Opera House


LA TRAMA:
Prologo

Boris Godunov, che anni prima aveva fatto assassinare l'erede al trono Dimitri per impadronirsi della corona imperiale, si rifugia nel monastero di Novodevisi. Nel convento si raccoglie il popolo, la cui ignoranza e apatia viene scossa dalle guardie che, minacciando la folla con bastoni, la esortano ad acclamare Boris come sovrano e a manifestare al futuro zar la propria riconoscenza.A Mosca, nella piazza del Cremino, la folla attende il momento solenne dell'incoronazione di Boris. La processione è salutata da una folla esultante, le campane suonano a festa. Il Principe Shuisky, consigliere di Godunov, incita il popolo che acclama sempre entusiasticamente il nuovo zar. Boris, è tormentato e infelice: nel suo animo si annidano cupi presentimenti. Chiedendo a Dio di benedire promette di essere per il popolo russo un sovrano giusto e generoso. Tra le ovazioni della folla, Boris esce dalla cattedrale e si dirige verso i suoi appartamenti.

Primo Atto
Nella cella del monastero del Miracolo, il monaco Pimen è intento a scrivere la cronaca di quegli anni. La sua memoria lo riporta agli eventi gloriosi cui ha assistito e ai drammi di cui Dio lo ha voluto testimone. Accanto a lui, dorme il novizio Grigorj che, svegliatosi all'improvviso a causa di un incubo, racconta al monaco il suo sogno. Pimen scorge nelle parole del giovane Grigorj le tracce di una smisurata ambizione. Per scoraggiarne le inclinazioni alla vanità e al desiderio di gloria, il vecchio monaco Pimen racconta a Grigorj la storia degli zar. Pimen racconta al novizio la misteriosa morte dello zarevich Dimitri, il legittimo erede al trono fatto assassinare da Boris per impadronirsi del potere. Grigorj, saputo che il giovanetto ucciso avrebbe ora la sua stessa età, resta turbato. Mentre Pimen si allontana per la preghiera, nasce in Grigorj il desiderio di fuggire dal convento e di farsi passare per l'erede al trono.In un'osteria al confine con la lituania, l'ostessa sta cantando un'allegra canzone, allorché arrivano due frati questuanti, Varlaam e Missail, seguiti da Grigorj che, travestito da contadino, cerca di raggiungere la frontiera. L'ostessa offre ai due monaci del vino. Varlaam, con la bottiglia in mano, canta per lei una canzone popolare.Improvvisamente irrompono le guardie in cerca di Grigorj, contro il quale è stato emesso un editto imperiale. Il giovane tenta con no stratagemma di far convergere i sospetti su Varlaam, ma questi, riuscendo a leggere il documento, in cui sono descritti i connotati di Grigorj, lo smaschera. Facendosi largo con un coltello, Grigorj fugge.

Secondo atto
La giovane figlia dello zar, Xenia, piange la morte del fidanzato, consolata dalla nutrice che canta per lei delle buffe canzoni popolari e dal fratello Feodor che è intento a consultare le carte dell'immenso impero paterno. Sopraggiunge lo zar che, con parole d'affetto e premura, invita la figlia a raggiungere le compagne e a distrarsi con loro. Quindi, dopo aver esaminato con il figlio la vastità dei suoi domini, Boris pensa con angoscia che, nonostante egli abbia uno smisurato potere, la sua anima colpevole non riesce a rasserenarsi. Fa il suo ingresso il Principe Shuisky il quale informa Boris della minacciosa comparsa di un impostore che si fa passare per il giovane Dimitri scampato al massacro e che sta tentando di sollevare il popolo contro di lui. Boris chiede al consigliere di raccontargli ancora una volta i particolari dell'assassinio dello Zarevich. Shuisky inizia la macabra descrizione, Boris però non regge al racconto e, in preda ai rimorsi, crede ad un tratto di vedere il fantasma di Dimitri che lo insegue. Crollato a terra, Boris invoca il perdono di Dio.

Terzo atto
Circondata dalle sue damigelle, la principessa Marina si prepara per la festa che si terrà quella sera. Annoiata e ambiziosa, Marina sogna la gloria e il potere e pensa di sedurre il falso Dimitri, che presto sarà zar, per diventare a sua volta zarina. Il gesuita Rangoni, suo consigliere spirituale, le chiede di realizzare un progetto ancora più difficile: approfittare del suo ascendente su Dimitri per far rientrare la Russia ortodossa nel cuore della chiesa cattolica. La principessa dapprima rifiuta, poi, soggiogata da Rangoni e spaventata dalle sue severe parole di condanna, getta un grido e si sottomette al volere dell'ambizioso gesuita.
Nel giardino del castello, Rangoni ha informato il falso Dimitri, nascosto nel parco, che presto Marina lo raggiungerà e gli confesserà il suo amore. Mentre l'orchestra suona una polacca, Marina esce dal castello accompagnata da un anziano cavaliere: ormai interessata ad un corteggiatore più potente, la principessa scoraggia il vecchio pretendente.Incontrato il falso Dimitri, la donna ha con lui un'accesa conversione. Non ancora certa delle ambizioni di Grigorj Marina lo allontana con disprezzo, lo provoca. Quando è certa che egli è davvero intenzionato a farsi passare per lo zarevich e ad impadronirsi del trono, ella gli chiede perdono giurandogli amore.
Quarto atto
I contadini insorti aspettano l'arrivo dell'usurpatore Dimitri. Alcuni sono riusciti catturare il boiardo Chruscev, lo legano ad un albero e cominciano a torturarlo. Entra l'innocente, un povero cencioso che, seduto su una pietra osserva ogni cosa. Una banda di monelli, dopo averlo schernito, gli ruba la sua unica moneta. Mentre Varlaam e Missail aizzano il popolo già in fermento a sostenere Dimitri, l'innocente piange le sorti della patria russa e del suo popolo destinato a morire. Nel palazzo del Cremino, si svolge l'assemblea dei boiardi. Si sono riuniti per prendere misure contro il falso Dimitri. Il consigliere Shuisky informa i boiardi di aver visto lo zar Boris in preda alle allucinazioni. Nello stesso istante irrompe il sovrano che, sconvolto, sembra voler scacciare da sé qualcuno che lo sta perseguitando. Con crudeltà, Shuisky approfitta di un momento di lucidità dello zar Boris per introdurre il monaco Pimen. Il religioso racconta al sovrano la miracolosa guarigione di un pastore cieco avvenuta presso la tomba dello zarevich Dimitri. Non reggendo a quest'ultima rivelazione, dilaniato dall'orribile colpa, Boris si accascia tra le braccia dei boiardi. In un drammatico addio al figlio Feodor, lo zar raccomanda all'erede d'essere giusto con il suo popolo e lo invita a guardarsi dagli intrighi. Poi, udendo le campane suonare a morto, e i monaci intonare una nenia funebre, si accascia al suolo e spira dopo aver invocato il perdono di Dio.

Prima della Prima -
Novembre 2010 - RegioTorino
http://www.primadellaprima.rai.it/dl/portali/site/puntata/ContentItem-ab983791-16cd-4ee6-ac0d-1acdaaac3f84.html

Re: Info Opere Live dal Met

08/03/2011, 13:12

TramaBreve

Boris Godunov

di Modest Musorgskij (1839-1881)

libretto proprio, dalla tragedia omonima di Aleksandr Puškin e dalla Storia dello stato russo di Nikolaij Karamzin

Dramma musicale popolare in un prologo e quattro atti

Prima:
Pietroburgo, Teatro Mariinskij, 27 gennaio [8 febbraio] 1874

Personaggi:
Boris Godunov, zar di Russia (B);
Fëdor (Ms) e Ksenija (S), suoi figli;
la nutrice di Ksenija (A);
il principe Vasilij Šujskij, boiaro (T);
Andrej Šcelkalov, segretario della duma (Bar);
Pimen, monaco e cronachista (B);
il pretendente Grigorij, novizio affidato a Pimen (T);
Marina Mniszech, figlia di un nobile polacco di Sandomir (Ms);
Rangoni, gesuita (B);
Varlaàm (B), Misail (T), vagabondi ex monaci;
l’ostessa della taverna al confine lituano (Ms);
l’Innocente (T); Nikitic, guardia (B);
un ufficiale di polizia (B);
Mitjucha, uomo del popolo (Bar);
un boiaro di corte (T);
Chrušcov, boiaro (Bar);
Lavickij, Cernikovskij, gesuiti (Bar);
boiari, Strel’cy, soldati, guardie, nobili polacchi, ragazze di Sandomir,
pellegrini erranti, popolo di Mosca, monelli, vagabondi

Pietra miliare della scuola russa, destinata a influenzare una larga parte del Novecento europeo, Boris Godunov , nelle due versioni ‘autentiche’ moltiplicate dalle revisioni, è anche il prototipo del moderno ‘work in progress’.
Il suo lungo e complicato cammino inizia nel settembre del 1868 in casa della sorella di Glinka, la ‘dolce colomba’ Ljudmila Šestakova che, dopo la morte del fratello, raduna attorno a sé gli artisti e gli intellettuali della nuova generazione, impegnati a realizzare una cultura autenticamente russa. In questo ambiente culturalmente e umanamente elevato, Vladimir Nikol’skij, storico e studioso di Puškin, richiama l’attenzione dell’amico Musorgskij sul dramma della follia e della morte dello zar Boris, vergato dal sommo poeta nel 1825. Il suggerimento provoca un vivo interesse: come incoraggiamento, la Šestakova invia a Musorgskij il volume di Puškin, inserendo tra le pagine stampate alcuni fogli bianchi. Musorgskij non tarderà a usarli producendo, in un quadriennio, le due versioni del suo capolavoro. Quando riceve dalla vecchia amica il prezioso testo, arricchito dai fogli candidi, il musicista non ha ancora trent’anni: ha studiato con Balakirev, si è liberato dalla sua tutela e si è lanciato alla ricerca di uno stile nazionale e popolare, lontano sia dall’opera italiana cara all’aristocrazia sia all’opera tedesca coltivata dagli occidentalisti. La produzione di liriche e l’esempio di Dargomyžškij l’hanno condotto a scoprire la potenza della parola, la ‘verità’ dei personaggi, delle situazioni, del linguaggio. Elementi da contrapporre alla mera ‘bellezza’, a tutto ciò che suona soltanto melodico e piacevole, atto a cullare l’immaginazione anziché a stimolarla. In un’ottica tanto diretta - egli stesso si definisce un cavallo lanciato in un’unica direzione - la rilettura della tragedia di Puškin è determinante. Nella vicenda, elaborata dal poeta sulla scorta del decimo e dell’undicesimo volume della Storia dello stato russo di Nikolaij Karamzin, il musicista trova la materia necessaria a un autentico ‘dramma popolare’: un dramma di cui l’uomo russo - frate spretato, boiaro o zar - sia protagonista.

L’epoca (tra il 1598 e il 1605) è tra le più fosche dello stato moscovita. Morto Ivan il Terribile nel 1584, restano due eredi: il maggiore, Fëdor, figlio di primo letto, e un bimbo di due anni, Dmitrij, nato dall’ultimo matrimonio dello zar (il settimo, pare) con Maria Nagaja. La corona toccò a Fëdor, sebbene fosse debole di cervello. I sudditi lo chiamavano affettuosamente durak , ‘imbecille’, lodandone la mitezza e la religiosità. «Regnava meglio con la preghiera che con l’intelligenza», si diceva. Occorreva perciò un reggente per gli affari di stato. E questi fu, dopo un breve interregno, Boris Fëdorovic Godunov, uomo di notevole carattere e abilità, che lo stesso Ivan aveva avvicinato al trono dando in moglie a Fëdor la sorella di Boris, Irene. L’alta posizione doveva provocare invidie e malcontenti, soprattutto fra i boiari che, domati da Ivan, speravano di rialzare il capo sotto il figliolo deficiente. Non mancarono le congiure, ed è ovvio che qualcuno pensasse di richiamare il piccolo Dmitrij, prudentemente allontanato assieme alla madre nella lontana città di Uglic. I progetti, comunque, sfumarono quando il ragazzo morì a nove anni, il 15 maggio 1591, con la gola squarciata da un coltello. Chi aveva inferto il colpo mortale? Un’inchiesta ordinata dallo zar Fëdor e da Boris Godunov stabilì che Dmitrij, notoriamente epilettico, si era ferito durante una crisi con un coltello da lui stesso impugnato. Numerose testimonianze giurate, raccolte da Vasilij Šuiskij, convalidarono la versione. I nemici di Boris sostennero invece che i testimoni erano stati corrotti o intimiditi per coprire il reggente assassino che, con la scomparsa del fanciullo, si sarebbe assicurata la successione. Questa, in realtà, era ancora lontana. Nel 1591 Fëdor, per quanto debole di mente, era forte di corpo, tanto che visse fino al 1598, in pieno accordo con il reggente e con la moglie Irene, da cui ebbe anche una bimba. L’accusa risuonò ancora più forte quando Boris, cinta la corona, riprese da zar la politica di Ivan diretta all’unità dello Stato. Tutti si rivoltarono: boiari e plebe all’interno del paese, mentre alle frontiere malsicure i polacchi e la chiesa cattolica attendevano l’occasione per smembrare il regno e abbattere la fede ortodossa. In questa situazione, la voce dell’assassinio dello zarevic riemerse con una fantasiosa variante: Boris aveva tentato ma fallito il colpo; il bimbo, salvato e cresciuto sotto falso nome, era vivo. La riapparizione avviene in Polonia dove il falso Dmitrij (forse un novizio fuggito da un convento), proclamatosi figlio di Ivan, ottiene la mano dell’ ambiziosa Marina Mniszech, figlia del voivoda polacco di Sandomir, raduna un esercito di profughi russi, nobili polacchi e avventurieri e, con la benedizione del pontefice Clemente VIII, parte alla riconquista del regno. L’improvvisa morte di Boris a soli 53 anni, nell’aprile 1605, fece precipitare la situazione. I generali russi passarono al pretendente, che venne incoronato. Il primogenito di Boris, Fëdor, fu assassinato, mentre Ksenija, «la colomba pura», diventata la concubina dell’usurpatore, morirà in convento nel 1622. Dmitrij, a sua volta, venne fatto a pezzi dopo un anno di regno (e le sue ceneri sparate da un cannone) quando i russi si ribellarono alla sopraffazione polacca e cattolica. Si salvò Marina, per lanciarsi in un’avventurosa esistenza unendosi a un secondo e poi a un terzo falso Dmitrij, apparsi e scomparsi, mentre sul trono di Mosca si succedevano Vasilij Šujskij, il re di Polonia Sigismondo e infine Michele Romanov, fondatore della dinastia regnante fino al nostro secolo.

Della torbida vicenda, Puškin coglie il nodo centrale, secondo l’interpretazione del grande storico cui rende un reverente omaggio sul foglio di risguardo: «Alla memoria - preziosa per i russi - di Nikolaij Michailovic Karamzin - questo lavoro ispirato dal suo genio - con devozione e gratitudine dedica Aleksandr Puškin». La narrazione, dall’ incoronazione di Boris all’uccisione dei suoi figli, non è continua come nella tragedia classica, ma è shakespearianamente spezzata in ventitre quadri (più due eliminati nella prima edizione), concisi ed essenziali, come se l’autore, aprendo uno spiraglio sul panorama della storia russa e chiudendolo immediatamente, offrisse al lettore una serie di fulminei scorci. «Questo montaggio di opposte sequenze, questo caleidoscopico svariare di siti e di ambienti», come lo descrive Angelo Maria Ripellino, è già caratteristico delle prime opere russe, dal Ruslan e Ljudmila al Convitato di pietra , ricavati anch’essi da Puškin. La forma o, meglio, la libertà di forma, conviene perfettamente a Musorgskij che, utilizzando quanto gli occorre, ricava sette scene dal vasto affresco. Abbozzato e scartato un ottavo episodio (l’incontro di Marina e Grigorij presso la fontana), la prima stesura dell’opera risulta così articolata in sette quadri: 1) prologo, dove la folla e il clero invocano Boris; 2) incoronazione; 3) cella di Pimen, dove il monaco-cronista racconta al novizio Grigorij la morte dello zarevic; 4) osteria al confine lituano, dove Grigorij fugge; 5) appartamenti dello zar, con l’annuncio della rivolta e i rimorsi di Boris; 6) davanti alla cattedrale di San Basilio, dove l’Innocente rifiuta di pregare per lo zar Erode; 7) morte di Boris.

Questo è il primo Boris , l’ Ur-Boris composto, in uno slancio di furore creativo, tra l’«ottobre 1868» (annotato dall’autore sul volume donatogli dalla Šestakova) e il 22 maggio 1869 quando termina lo spartito per canto e piano. Il 15 dicembre successivo Musorgskij appone la parola «Fine» sotto la partitura orchestrale. La stesura, come si vede, procede senza soste, in uno stato di febbrile esaltazione dettato dalla certezza di avere finalmente trovato «gli ingredienti per cuocere la zuppa» evocati nella lettera a Nikol’skij. In soli otto mesi (oltre i sette per la strumentazione) si realizza il lavoro «radicato nella patria pianura e nutrito di pane russo» che, in una precedente lettera (del 12 luglio 1867) al medesimo amico, appariva ancora una meta lontana. Oggi, percorrendo a ritroso la lunga strada dalle prime liriche a Salammbô e da qui all’incompiuto Matrimonio , appaiono chiare le tappe che guidano al primo Boris . Ma il risultato non è meno sorprendente. Tutto appare nuovo e ardito in questo compatto torso: dalla scelta di un testo sospetto alle autorità politiche e musicali alla originalità della realizzazione. Si capisce perché, davanti a quest’opera scritta di getto, si stenda ancora una strada lunga e accidentata. L’autore però è ottimista. Terminata l’orchestrazione si affretta a sottoporre la partitura ai Teatri Imperiali. Una prima risposta gli arriva dal direttore Stepan Gedeonov: «Mi ha detto - comunica Musorgskij alle sorelle Aleksandra e Nadezhda Purgold - che quest’anno non possono rappresentare nulla di nuovo, tuttavia potrebbe chiamarmi verso la metà d’agosto o ai primi di settembre per spaventarli col mio Boris ». La data dell’audizione non è nota. Sappiamo invece che i membri della Commissione di lettura respinsero l’opera nella riunione del 10 febbraio 1871, mettendo nell’urna sei palle nere e una bianca. Una settimana dopo, la decisione fu trasmessa ufficialmente all’interessato, a cui però la notizia era già stata comunicata in privato dalla Šestakova. Qui le versioni divergono. Secondo la Šestakova, l’unico motivo del rigetto era la mancanza di una importante parte femminile. Nelle memorie di Rimskij-Korsakov, invece, vengono accentuati «la novità e il carattere inconsueto della musica». Da ciò l’irritazione dell’«illustre comitato che, fra l’altro, rimproverò all’autore la mancanza di una consistente parte femminile». Comunque sia, Musorgskij si dedicò immediatamente alla revisione dell’opera. Due mesi dopo la sentenza della Commissione, appone sotto la nuova scena del boudoir di Marina la data 10 aprile 1871. L’inserimento del personaggio femminile porta con sé altri sviluppi. Il 10 agosto, con una lettera semiseria, informa l’amico Vladimir Stasov che «Boris, zar colpevole, sta perpetrando un arioso». Il mese successivo (11 settembre) ancora un annuncio a Stasov: «Abbiamo rifatto a nuovo Griska» e «si sta pensando ai vagabondi». È il primo accenno al quadro della foresta di Kromij, che lo occuperà sino a novembre. Il quadro della fontana, l’orchestrazione e i ritocchi lo impegnano sino all’estate successiva. Infine, può notare in calce alla partitura «22 giugno 1872, a Pietroburgo, M. Musorgskij» e l’11 luglio depone rispettosamente la nuova partitura ai piedi di Ljudmila Šestakova: «Accogliete il mio Boris sotto la vostra protezione, affinché con voi, benedetta, esso inizi la sua stagione pubblica». I quindici mesi di lavoro intenso hanno dato all’opera una fisionomia largamente rinnovata: un quadro, quello davanti a San Basilio, è soppresso; ai rimanenti sei, quasi tutti rimaneggiati, se ne aggiungono tre nuovi. In totale, il secondo Boris comprende nove quadri.


Prologo .
Quadro primo . Febbraio 1598. Cortile del convento di Novodievic.
Il popolo, incitato da un ufficiale di polizia, supplica Boris di accettare la corona di zar. Il segretario della Duma, Šcelkalov, annuncia che il candidato resta irremovibile e, mentre un corteo di pellegrini si reca al convento per convincerlo, la folla è convocata dalle guardie al Cremlino. Quadro secondo . 1º settembre 1598. Mosca, la piazza del Cremlino. Boris ha accettato il trono. La folla, spinta da Šujskij, acclama l’incoronazione. Ma, tra lo scampanio e gli inni, il nuovo zar è in preda a foschi presagi ("Skorbít dúsha!"; ‘La mia anima si rattrista’).

Atto primo .
Quadro primo .
1603. Una cella del Monastero dei Miracoli. Il monaco Pimen sta terminando di scrivere la cronaca del regno ("Yeshchó odnó poslyédnye skazánye"; ‘Ancora uno, l’ultimo racconto’), mentre il novizio Grigorij si desta, sconvolto da un sogno. Egli aspira alla gloria, alle battaglie, e interroga il vecchio sulla morte dello zarevic. Assassinato da Boris, narra il cronista: avrebbe l’età tua e regnerebbe. Mentre Pimen e i monaci si recano alla preghiera, Grigorij invoca la giustizia divina.

Quadro secondo .
Osteria presso il confine lituano. L’ostessa canta una gaia canzone ("Poyamóla ya síza selezuyá"; ‘Avevo un anatroccolo’), quando arrivano due frati questuanti, Varlaám e Misail, accompagnati da Grigorij che, fuggito dal convento, cerca di varcare il confine. I frati bevono e Varlaám, ubriaco, canta le gesta di Ivan ("Kak vo goróde býlo vo Kazáne"; ‘Una volta nella città di Kazan’). Irrompono i gendarmi alla ricerca di Grigorij che, dopo un vano tentativo di far arrestare Varlaám al suo posto, fugge saltando dalla finestra.

Atto secondo .
Gli appartamenti dello zar al Cremlino.
Ksenija, la figlia di Boris, piange la morte del fidanzato confortata dal fratello e dalla nutrice con filastrocche infantili ("Kak komár drová rubíl"; ‘La zanzara tagliava la legna’ e "Túru, túru, petushók"; ‘La storia di questo e di quello’).
L’entrata di Boris interrompe il gioco. Egli è angosciato dall’insicurezza del regno e turbato dai rimorsi ("Dostíg ya výshey vlasti"; ‘Ho il potere supremo’). Un boiaro denuncia congiure. Il principe Šujskij annuncia l’apparizione di un Pretendente che si fa passare per Dmitrij. Nel drammatico colloquio Šujskij narra la morte del fanciullo e Boris, rimasto solo, ne vede il fantasma ("I skórbyn syérdtse pólno"; ‘Ah, soffoco!’).

Atto terzo .
Quadro primo . 1604.
Una stanza nel castello di Sandomir.
L’ambiziosa Marina Mniszech si abbiglia per la festa compiaciuta della propria bellezza, ma il gesuita Rangoni la richiama al dovere: dovrà unirsi a Dmitrij per conquistare il trono moscovita e ricondurre i russi al cattolicesimo. Quadro secondo . Nel parco del castello. Dmitrij, innamorato di Marina, invoca la sua presenza ("V pólnok... v sadú... u fontána..."; ‘A mezzanotte, nel giardino... presso la fontana’) e Rangoni gli promette la felicità purché egli segua i suoi consigli. Appare Marina, corteggiata dai nobili invitati (‘polacca’). Poi, rimasta sola con lui, gioca la commedia dell’ amore per spingerlo all’impresa moscovita ("Dmitrij! zarevic").

Atto quarto .
Quadro primo . 13 aprile 1605.
Una sala del Cremlino.
La Duma dei boiari decreta la morte del falso Dmitrij, che preme alla fontiera. La deliberazione è interrotta da Šujskij, che annuncia il turbamento dello zar, e dallo stesso Boris che fa il suo ingresso delirando. Poi si ricompone per ricevere un monaco depositario di un grande segreto. È Pimen, che narra il miracolo di un pastore cieco che ha riacquistato la vista pregando sulla tomba dello zarevic ("Odnázhdy, v vechérniy chas"; ‘Una volta sul far della sera’). Boris, distrutto dall’ emozione, muore dopo aver dato gli ultimi consigli a Fëdor ("Proshcháy, moy sin, umiráyu"; ‘Addio, figlio mio, muoio’), additandolo come successore ai boiari.
Quadro secondo
Una radura nella foresta di Kromij. I contadini insorti scherniscono un boiaro catturato e, incitati da Varlaám e Misail, trasformatosi in feroci sgherri, si accaniscono contro i gesuiti inviati da Dmitrij, mentre i bambini rubano all’Innocente la copeca ricevuta in elemosina. Compare Dmitrij che, proclamandosi zar, promette giustizia ai perseguitati da Godunov, accoglie il boiaro immediatamente passato dalla sua parte e si avvia a Mosca, tra le acclamazioni del popolo, mentre l’Innocente piange sulla sorte della Russia ("Lyéytes, lyéytes slyózy górkiye"; ‘Sgorgate, lacrime amare’).


Come si vede, il rifacimento è radicale: il dramma dello zar, la figura del pretendente e la partecipazione del popolo acquistano nuove dimensioni. L’inserimento dell’‘atto polacco’, lamentato dai puristi come concessione melodrammatica, è in realtà un momento fondamentale. La figura dell’usurpatore si delinea, preparando la sua apparizione alle porte di Mosca. Lo stesso personaggio di Boris acquista, nel nuovo contesto, un carattere più doloroso. L’avevamo già visto, oppresso dal fato, nella scena dell’incoronazione. Lo incontriamo di nuovo nelle sue stanze, ove non può trovar pace neppure in seno alla famiglia. Non a caso il musicista rielabora a fondo questo quadro. L’aggiunta del vasto arioso, di cui si dichiara particolarmente soddisfatto, e il misterioso effetto dei carillon, ingigantiscono l’angoscia del protagonista. Egli non è soltanto l’uccisore del fanciullo, è un uomo lacerato dai rimorsi e dalla coscienza della vanità del delitto. A differenza di Macbeth, Boris appartiene al popolo: è russo anche quando il paese gli si solleva contro.
La violenta esplosione della folla moscovita corona l’opera dando al popolo un ruolo di protagonista. Così l’intese l’amico Nikol’skij, che, proseguendo nella funzione di padrino del Boris , suggerì a Musorgskij di spostare la nuova scena, che avrebbe dovuto precedere la morte dello zar, alla fine dell’opera. Suggerimento adottato con entusiasmo, lasciando al fido Stasov il rammarico di non averci pensato lui! La rivolta però è vana. Musorgskij rimane il pessimista di sempre e l’ultima parola spetta all’Innocente: «Spargete amare lacrime, piangi anima ortodossa... Piangi popolo russo, popolo affamato». Non è ancora giunto il momento in cui «l’energia della nera terra contadina venga fuori». Qui, come nella successiva Chovanšcina , il retaggio dei miseri è il pianto. Pittura comunque sovversiva agli occhi delle autorità. Rifiutando il primo Boris per il suo anticonformismo, la direzione dei Teatri Imperiali aveva provocato la nascita di un lavoro ancor più sconcertante. Non stupisce che anche il rifacimento venga respinto. Evidentemente non era l’assenza del ruolo femminile a turbare il Comitato di lettura. Nella ‘Gazzetta Teatrale’ del 29 Ottobre 1872, la non accettazione è ufficializzata. Ma ormai la causa del Boris è quella di tutti gli intellettuali progressisiti che l’hanno ascoltato più volte, a brani o per intero, nelle case amiche. Le istituzioni concertistiche ne presentano estratti. La prima è la Società della musica russa, che dà il quadro dell’incoronazione il 5 febbraio 1872; il 3 aprile successivo Balakirev dirige la Polacca nella serata della Scuola gratuita di musica. La battaglia si arricchisce di particolari leggendari: un’enorme folla - riferisce la spuria ‘Nota autobiografica’ - assiste a un’esecuzione cameristica nei saloni dei Purgold, dove viene decisa la realizzazione di tre quadri (quello dell’osteria e i due dell’‘atto polacco’) al teatro Mariinskij di Pietroburgo.
La rappresentazione, inserita fra il secondo atto del Lohengrin e un quadro del Freischütz , ha luogo il 5 febbraio 1873 con un successo clamoroso.
La famosa Julia Platonova canta la parte di Marina e si attribuisce, in un romanzesco resoconto apparso una dozzina d’anni dopo, il merito di aver imposto l’opera ricattando la direzione dei Teatri Imperiali: «O si dà Boris o io non canterò più qui!». E la direzione capitola! Si arriva cosi alla prima esecuzione, il 27 gennaio 1874. Il successo è tanto vivo da preoccupare le autorità. Gli studenti intonano i cori di Kromij lungo la Neva. L’opera minaccia di trasformarsi in un manifesto rivoluzionario, e la direzione del teatro, dopo i tagli effettuati alla ‘prima’ con il forzato consenso dell’ autore (il più rilevante dei quali è l’intero quadro della cella nel Monastero dei Miracoli), si affretta a sopprimere il quadro della ribellione. Poi, di sera in sera, gli interventi si moltiplicano riducendo lo spettacolo all’osso. In questa forma, Boris si regge a Pietroburgo per dieci rappresentazioni nel 1874, due nel ’75, due nel ’76, cinque nel ’77 e altre tre tra ’79, ’80 e ’81. Ventidue (secondo il Calvocoressi, venticinque secondo altri), mentre a Mosca andrà in scena nel 1888, con una decina di repliche fino al ’90.

L’esito, come si vede, fu tutt’altro che mediocre nonostante l’ostilità pressoché generale della critica. Quella dei conservatori era scontata. L’autorevole Hermann Laroche, amico di Cajkovskij, ripeté le consuete accuse di ignoranza e dilettantismo riservate al Gruppo dei Cinque. Il letterato Nikolaij Strakov, irritato per le interpolazioni al testo di Puškin, definì l’opera «una mostruosità senza pari». Ai prevedibili attacchi si aggiunsero le inattese perplessità degli amici. Mentre Borodin è entusiasta, Cezar Kjui esprime su un nota rivista pietroburghese un parere offensivamente negativo: grigiore vocale, monotonia dei recitativi, sconnessione del pensiero musicale, insufficienza di senso critico e, per concludere, una «maniera frettolosa, poco esigente e vana di scrivere che ha dato risultati altrettanto deplorevoli nei casi di Rubinštein e di Cajkovskij». Frase particolarmente velenosa perché mette sul medesimo piano il ‘realismo’ nazionale di Boris e il cosmopolitismo degli accademici del conservatorio. Due posizioni inconciliabili, come conferma lo stesso Cajkovskij, dopo aver studiato ‘profondamente’ la partitura: «Io mando al diavolo con tutto il cuore la musica di Musorgskij; essa è la più volgare e la più bassa parodia della musica». Il vanto di aver rilanciato l’opera spetta a Rimskij-Korsakov, l’amico che ne ammirava il genio e ne temeva la sregolatezza: «Adoro il Boris e nel medesimo tempo lo odio. Lo adoro per la sua originalità, l’arditezza, la bellezza; lo odio per la sua grossolanità, le durezze armoniche e le assurdità musicali». Le parole, riferite da Vasilij Yastrebtzev, fedele cronista di Rimskij, non sono forse testuali, ma confermano la sfasatura temporale e intellettuale tra il capolavoro diretto al futuro e i musicisti ancorati al loro presente. In quest’ottica, per ‘salvare’ Boris , Rimskij lo riporta alle buone regole. A volte si tratta soltanto di minuzie tecniche; in altri casi di aggiustamenti che alterano l’originalità di Musorgskij secondo un criterio melodrammatico, in particolare esaltando i contrasti di colore strumentale e vocale. Messo da parte l’odio, l’amore per Boris si manifesta nello splendore del tessuto sonoro in cui il revisore lo avvolge. Tutto viene innalzato e potenziato: dalla scrittura più ‘eroica’ della parte dello zar, alla veste orchestrale arricchita di timbri brillanti e di smaglianti effetti. Queste qualità assicurarono alla traduzione ‘bella e infedele’ un successo tale da soppiantare a lungo il testo autentico. Rilanciò Boris sulle scene russe e poi su quelle europee, a partire dallo straordinario spettacolo di Djagilev e Šaljapin a Parigi nel 1908. Da allora ha regnato per mezzo secolo, grazie alla preferenza di cantanti e direttori, soggetta tuttavia anch’essa a tagli e varianti di ogni genere. Tra queste si inserì anche un’aggiunta: il reinserimento del quadro del San Basilio, riorchestrato da Mikhail Ippolitov-Ivanov per renderlo omogeneo alla versione di Rimskij-Korsakov. Presentata la prima volta nel gennaio 1927 al Bol’šoj di Mosca, si è mantenuta sino ai giorni nostri, sollevando però qualche dubbio. Il predominio della versione rimskiana cominciò a vacillare attorno al 1928, con la pubblicazione della partitura originale curata da Pavel Lamm. Lo stesso anno, il 16 febbraio, il ‘primo Boris ’ (1869) viene montato a Leningrado, mentre il secondo (1872) riprende a circolare con frequenza sempre maggiore in Occidente, e oggi anche in patria, per lo più nella nuova edizione critica curata da David Lloyd-Jones. In Italia la ‘rimonta’ comincia con il Maggio musicale fiorentino del 1940 e culmina con lo straordinario spettacolo diretto da Claudio Abbado alla Scala nel 1979. La riscoperta del testo originale non impedì ulteriori interventi, fondati sulla convinzione che l’orchestrazione musorgskiana richiedesse qualche miglioramento. In quest’ordine di idee, Dmitrij Šostakovic elaborò nel 1940 la sua versione, portata in scena nel ‘59 al Kirov di Leningrado. Basandosi sul Lamm, Šostakovic riorchestra tanto il primo quanto il secondo Boris , compiendo così un’operazione che vuol essere meno esteriore di quella rimskiana, ma che finisce per sovrapporre al testo la personalità del nuovo revisore, senza le giustificazioni storiche che, cent’anni or sono, guidarono Rimskij-Korsakov nel rilancio di quest’opera capitale.

Re: Info Opere Live dal Met

11/03/2011, 14:55

Su Youtube c'è l'opera integrale Boris Godunov in russo dal Bolshoi, con i sottotitoli in inglese e da quanto scritto, dovrebbe essere la versione 1874.


Boris Godunov

Re: Info Opere Live dal Met

25/03/2011, 19:50


26 Marzo - ore 18 su Radio bbc3
THE QUEEN OF SPADES


Libretto: M. Tchaikovsky
musica: Piotr Tchaikovsky

Immagine
Lisa ..... Karita Mattila (soprano)
Paulina ..... Tamara Mumford (mezzo soprano)
The Countess ..... Dolora Zajick (mezzo soprano)
Ghermann ..... Vladimir Galouzine (tenor)
Tomsky ..... Alexej Markov (baritone)
Yeletsky ..... Peter Mattei (baritone)
Chorus and Orchestra of Met
conductor. Andris Nelsons


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